Bir-mania

“Bir-mania”

L’amore per i viaggi è ciò che da sempre guida il fotografo milanese Fabrizio Crippa e “Bir-mania” è il titolo della mostra fotografica relativa al suo ultimo viaggio in un paese dove il tempo sembra essersi fermato.

Affascinato dalle popolazioni tribali che ha incontrato negli stati del’India, Chhattisgarh e Odisha, ha deciso di organizzare un viaggio in Birmania (che dal 1989 ha cambiato nome in Myanmar), luogo dove il tempo e la memoria sembrano incrociarsi su disegni astratti e sottili linee spezzate.

Sono proprio queste linee che, come graffi, riempiono il volto delle donne birmane. Ed è proprio attorno a questa usanza che sono nati miti e leggende che si tramanderanno per secoli.

Fabrizio Crippa, col suo occhio indagatore, ha cercato di riportare in luce questi disegni dai mille significati
contrastanti. Sono più di 3000 gli scatti fotografici nati dal suo viaggio in Birmania.
Un’accurata selezione, al ritorno da questo viaggio, gli ha permesso di raccontare in modo dettagliato e documentaristico quelle tradizioni, credenze e pratiche che ancora oggi animano i villaggi sperduti.

Quasi una mania quella che ha investito Fabrizio Crippa: una mania nel voler trovare i significati reconditi, nel voler imprigionare nei suoi scatti quegli sguardi acquosi di donne, quei segreti che resteranno, col passare dei secoli, sepolti per sempre sotto quella terra.

Si racconta che fin dall’antichità le bambine che avevano tra gli 11 e i 15 anni venissero tatuate sul viso dai genitori per renderle meno belle e meno attraenti. In questo modo i genitori ritenevano di poterle difendere dai capricci dei principi che, indistintamente e senza preavviso, le prendevano in moglie.
Le bambine non avevano il potere di ribellarsi ed erano costrette ad accettare tutto passivamente. I tatuaggi, quindi, inizialmente avevano lo scopo di imbruttire i volti.

Ecco che “sfigurare” il proprio volto era l’unica via di salvezza.

Soltanto in un secondo tempo, col trascorrere degli anni, questa usanza cominciò ad assumere il significato
opposto: questi tatuaggi sul viso iniziarono a diventare un segno distintivo della tribù di appartenenza e della bellezza delle donne Chin della vecchia generazione.

Sono moltissimi i modelli e le tipologie di tatuaggi, in base alle tribù: a forma di D per le donne M’uun, lunghe linee verticali per le donne delle tribù Yin Du, e ancora cerchi, linee orizzontali e segmenti.

Fabrizio Crippa ha raccolto gran parte di queste simbologie, regalandoci un repertorio vasto e ben organizzato.
Intensi gli sguardi e i ritratti delle donne, indescrivibili i colori che sembrano regalarci gli odori speziati e i profumi dolciastri di quella terra. Preziosissime testimonianze, questi scatti, degli ultimi scampoli di popolazioni che hanno saputo mantenere le proprie tradizioni, difendendole dall’esterno grazie all’isolamento della loro terra protetta dai mondi e dalla natura aspra.

Con le sue opere in mostra, vuole riprendere il concetto di fotografia come mezzo volto a raccontare la storia delle persone, delle loro abitudini, della loro cultura e vita di ogni giorno portando la ricchezza interiore del popolo birmano a conoscenza di tutti noi.

Data del viaggio: Aprile – Maggio 2017

Destinazione: Mandalay, Bagan, lago Inle, Chin state

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