Rito tribale di nozze – Odisha, India

Tribal India

Il rito del matrimonio a Koraput – Odisha

L’India è, a mio avviso, un paese meraviglioso e affascinante.

Maggio 2014 è stata per me la svolta, l’esperienza che mi ha permesso di vedere la vita in un modo diverso; decisamente in un modo più sereno, più tranquillo e più meditativo.

Certo, con il ritmo di vita a cui dobbiamo far fronte ogni giorno, è molto difficile perseguire in questo obiettivo, ma l’importante è soffermarsi a meditare su ciò che stiamo facendo e soprattutto come lo stiamo facendo.

Ho visitato l’India del Nord, in particolare il Rajasthan, il Madhya Pradesh e l’Uttar Pradesh. Mi ha colpito la città santa di Varanasi, chiamata anche Benares, una delle più antiche città del mondo. Agra e il Taj Mahal, Udaipur e il suo palazzo fiabesco, Jaisalmer città nel deserto, Bikaner e il tempio dei topi.

Ecco, mi sto lasciando andare ai ricordi venendo così meno al mio ultimo viaggio in India risalente a un mese fa (Maggio 2016), oggetto di questo articolo.

Proprio perché sono rimasto così colpito da questo paese ho deciso di ritornarci per visitare, e soprattutto fotografare, gli stati del Chhattisgart e Odisha (o Orissa se vogliamo usare il termine inglese), nell’India nord-orientale. Perché ho deciso questa metà? Perché questi due stati, in particolare l’Odisha, preservano la più alta concentrazione di popolazioni tribali. Sopravvivono infatti 62 delle circa 400 tribù esistenti in India.

E quindi mi son detto: Devo vederle.

Dopo qualche giorno di esitazione dovuta alle varie letture fatte su internet, dove si legge che non è proprio una delle aree più tranquille (pensate che ho pure contattato l’italiano Paolo Bosusco rapito proprie in quelle zone nel 2012 dai Maoisti)  ho confermato il mio tour e sono partito.

Vi rassicuro subito; con un minimo di attenzione, sempre necessaria e dovuta peraltro, vi posso dire che ci tornerei all’istante e che non ho mai dovuto far fronte a situazioni pericolose.

Ma ora basta con le premesse e veniamo a descrivere ciò in cui mi sono meravigliosamente imbattuto.

Martedi pomeriggio 10 Maggio 2016, la tappa prevede Jagdalpur – Kotpad – Rayagada, una distanza di circa 250 km da percorrere in 6 ore di auto.

La zona è collinare, in realtà sembra di essere in un enorme campo da tennis da quanto rossa è la terra, argillosa e intervallata da campi di riso di un colore verde fluorescente.

All’improvviso, la mia guida (tal Jagabandhu da subito soprannominato Jaga) esclama “Rito rito” e ci fermiamo. Scende dall’auto, si reca a una 50ina di metri dal bordo strada, ovviamente sterrata e immersa nel nulla, dove si animava un gruppo di una 20ina di persone tra uomini, donne e bambini.

Giusto il tempo di scambiare due parole nella lingua locale, l’Orya, per poi dirmi che potevamo partecipare. Ma partecipare a cosa? Ci siamo imbattuti in un rito matrimoniale. Wow ho esclamato io non sapendo a cosa i miei occhi stavano per andare incontro.

E già, un rito matrimoniale in Odisha non è proprio come un matrimonio italiano. Intanto non vengono lanciati migliaia di chicchi di riso in faccia agli sposi e poi, per dirla tutta, gli sposi non sono neanche costretti a baciare tutti e 100 gli invitati al banchetto.

Scherzi a parte, il rito matrimoniale a cui ho avuto la fortuna di assistere, consiste in un rito propiziatorio, durato almeno due ore e tenuto da una Sciamana (lo Sciamano è una particolare figura di guaritore-saggio capace di praticare attività mistiche – religiose).

Vengono recitate preghiere rivolte alle divinità che, durante il rito, vengono omaggiate di doni consistenti in frutta, verdura, uova, riso ma soprattutto sangue animale. Già proprio così, il sacrificio animale, sostituito dai primi del ‘900 circa a quello umano, è ancora oggi usato per ringraziare gli dei e per scongiurare malattie, carestie, disastri ambientali e simili.

I riti in genere vengono fatti per prevenire situazioni di malessere o per curarsi da malattie dovute “ovviamente” non da infezioni ma da cattivi comportamenti della persona in questione!

Il rito a cui ho assistito, praticato in una radura circondata da boscaglia, si avvaleva di 3 siti: Una zona dedicata ai doni e due zone destinate alla prova di coraggio.

La prima, ospitava i doni che gli sposi facevano agli dei. Consisteva in quattro pali che creavano una sorta di tenda ricoperta di foglie sotto alla quale erano deposte candele accese, frutta, vasi contenenti riso, noci di cocco, uova di gallina e amuleti vari.

La seconda postazione era in pratica un solco nel terreno della lunghezza di un paio di metri, colmo di carboni ardenti dove la Sciamana dava prova di coraggio percorrendolo più volte sotto gli occhi degli invitati al rito.

Il terzo sito rituale, e forse il più strano, era una altalena dove sulla seduta era appoggiata una sciabola e un insieme di piume di pavone. Ciascuno di questi oggetti può avere  molteplici significati: il pavone per esempio rappresenta la primavera, l’amore, il cielo con le sue stelle, simboleggia la purezza, e le sue piume sono usate per le cerimonie di purificazione. La spada simboleggia anch’essa purificazione e forza.

Particolarità, la seduta era fatta di rami con spine dure e lunghe 5 cm dove la Sciamana è stata aiutata a sdraiarsi prima di petto e poi di schiena. Non chiedetemi se ha provato dolore in quanto di urla non se ne sono sentite.

A conclusione del rito, in tutti e tre i siti sono stati  offerti doni e la terra bagnata del sangue dei diversi animali sacrificati.

Fabrizio Crippa